Potremo nascondere la testa sotto la sabbia ma il dato di fatto è lì nella sua impietosa evidenza: siamo un paese in piena decadenza e, di conseguenza, un popolo condannato all’estinzione.
I sintomi ci sono tutti.
Una classe politica sempre più avulsa dal contesto sociale, lontana anni luce dal “paese reale”, cristallizzata in casta arrogante e gelosa dei propri privilegi.
Nello stesso tempo, un “paese reale” che critica tale stato di cose ma si guarda bene dal volerle cambiare perché, chi più chi meno, vive sull’”indotto”, sulle ricadute del malgoverno e ci si accontenta.
Centinaia di corporazioni arroccate caparbiamente in difesa dei loro oligopoli.
Cittadini che (a chiacchiere) auspicano riforme serie, strutturali, ma che nella realtà puntano semplicemente ad acquisire per sé quei privilegi che oggi sono di altri, mantenendone inalterato il sistema: cambiare tutto perché tutto resti come prima o, meglio, cambiare i suonatori per eseguire la stessa musica.
Una società così composta è destinata al collasso: non è catastrofismo, è pura, spassionata analisi della realtà confrontata con scenari simili che abbondano nella storia.
Non avremo alcuna speranza di riformare il sistema sociale, politico, giudiziario se prima non cominciamo a riformare noi stessi.