Non c’è pace senza giustizia.
Sembra ovvio ma, a giudicare dai movimenti di opinione proliferati nell’ultimo secolo, questa ovvietà l’hanno colta in pochi.
Mai come nel XX secolo, particolarmente nella sua seconda metà, dopo le inutili stragi delle due guerre mondiali, si è parlato tanto di pace; nello stesso tempo però ben poche sono state le azioni concrete, idonee a conseguire l’auspicato obiettivo di una pace stabile, duratura e diffusa.
Perché molti hanno chiesto pace ma pochissimi si sono preoccupati di crearne i presupposti.
L’abuso delle rivendicazioni velleitarie, utopistiche, astratte, sembra una delle calamità del nostro tempo.
Sorvoliamo sui professionisti del pacifismo, tanto pacifici da mettere a ferro e fuoco le città che hanno la sventura di ospitare le loro manifestazioni.
Ciò che deve preoccupare è il supino appiattimento di ampie fasce dell’opinione pubblica, del ceto produttivo, degli intellettuali e degli uomini di cultura in genere su alcuni luoghi comuni, che hanno finito per cristallizzarsi nel mito del “politicamente corretto”.
In ossequio a questo dilagante malcostume, si assiste a vere e proprie perdite del più comune raziocinio, per cui le stesse azioni assumono valenza totalmente diversa a seconda di chi ne sia l’autore.
Così abbiamo assistito a continue, martellanti manifestazioni di protesta per gli interventi armati degli U.S.A. ma nessuno è andato sotto le finestre dell’ambasciata dell’allora U.R.S.S. per stigmatizzare l’invasione dell’Afganistan. Gli Ebrei sono vittime dell’olocausto nazista ma, a loro volta, sono equiparati ai nazisti se reagiscono contro il terrorismo islamico, terrorismo talora promosso a resistenza partigiana anche in certe stupefacenti sentenze.
In proposito (scusatemi, mi capita e spesso mi capiterà di aprire parentesi) mi sono sempre chiesto come qualche giudice milanese avrebbe classificato ipotetici gruppi armati di ispirazione nazi-fascista che fossero rimasti attivi nell’Italia occupata dagli alleati alla fine della II Guerra mondiale.
Insomma pochissimi si possono definire autentici pacifisti. Gesù Cristo, che invitava a porgere l’altra guancia, Gandhi, non violento fino ad una immeritata fine violenta, e pochi altri che lucidamente, senza alcuna esitazione, hanno sempre diffuso un messaggio di amore spinto fino all’estremo di amare il nemico e non reagire neanche davanti al sacrificio della propria vita.
Al contrario, chi sfila in corteo ululando slogan pacifisti, chi occupa le strade, chi mette a sacco le città è semplicemente un violento che sostiene la sua causa con violenza: ammesso che la causa sia giusta, viene comunque sostenuta con varie forme di lotta e non con messaggi di pace.
Ripeto, non entro nel merito delle cause, non esprimo giudizi. Sostengo semplicemente che l’ingiustizia genera squilibri che inevitabilmente suscitano sentimenti di rivolta anche negli animi miti.
Pertanto, per ottenere la pace bisogna affermare la giustizia.
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