
Cos'è rimasto dell'apparente trionfo della "rivoluzione dei giudici" che tante speranze aveva suscitato nella prima metà degli anni Novanta? L'illusione che nella cosiddetta "seconda Repubblica", nata sulle ceneri di un sistema politico consumato dalla corruzione, vi fosse una maggiore attenzione all'etica pubblica si è ben presto spenta. I partiti più direttamente coinvolti nelle inchieste giudiziarie sono scomparsi o hanno modificato denominazione e "ragione sociale", la classe politica si è in parte rinnovata e in larga misura riciclata, ma questi cambiamenti non hanno inciso sulle condizioni sociali ed istituzionali che rendono la corruzione una pratica comune e capillarmente diffusa in molti settori d'attività politico-amministrativa. Fra la seconda metà degli anni Novanta e la prima metà degli anni Duemila la rimozione del problema corruzione - ridotto a noticina nel programma elettorale - si presenta come una strategia vincente e bipartisan.
[...] L'abbassarsi dell'attenzione verso il tema della corruzione non sembra peraltro giustificato dalla fine dell'emergenza. [...] Le statistiche ufficiali, che pure mostrano soltanto la parte emersa del fenomeno, attestano che nel 2004 il numero delle persona denunciate per reati di corruzione equivale a circa il triplo rispetto alla media pre-1992, il numero di reati a oltre il doppio. Secondo un sondaggio curato dall'organizzazione non governativa Transparency International (2005), il livello di corruzione negli ultimi tre anni per il 50% degli intervistati è cresciuto, mentre per il 38% è rimasto invariato.
Queste aspettative pessimistiche trovano piena conferma nell'indice di percezione della diffusione della corruzione, elaborato sulla base di sondaggi presso operatori economici, imprenditori, giornalisti, esperti. Dal 1995, quando è stato predisposto per la prima volta, l'Italia si colloca stabilmente e con ampio distacco al primo posto fra i principali paesi occidentali. [...] In una classifica che vede i paesi scandinavi ai primi posti per l'assenza di corruzione, l'Italia precipita dal 35° posto del 2003 al 45° posto del 2006.
L'Italia costituisce dunque un caso anomalo nel panorama delle grandi democrazie occidentali, con un tasso di percezione della corruzione superiore a quello di Malaysia, Giordania, Bahrein, Estonia, Taiwan, Botswana. Nel quadro dell'Unione Europea solo l'allargamento a 27 paesi fa sì che diversi fra i nuovi entrati - tra cui Romania, Polonia, Bulgaria, Slovacchia, Lettonia e Repubblica Ceca - tolgano all'Italia il primato di paese più corrotto.
[...] Da tempo in Italia il problema della corruzione non è più all'ordine del giorno. La spinta propulsiva delle inchieste giudiziarie, dopo gli anni ruggenti di mani pulite, si è progressivamente esaurita, lasciando dietro di sé un'eredità contraddittoria. Da un lato vi sono l'accresciuta sfiducia e la diffidenza generalizzata nei confronti della classe politica e dell'ingerenza dei partiti nella cosa pubblica, dall'altro il sospetto di un utilizzo strumentale e politicamente orientato delle inchieste da parte della magistratura, alimentato da martellanti campagne mediatiche e, in ultima analisi, da un riaffermato - e condiviso con spirito bipartisan - principio del "primato della politica", cioè del potere ricevuto attraverso un'investitura elettorale, sugli altri poteri dello Stato.
[...] le cronache italiane degli ultimi anni continuano a restituire l'immagine di un paese nel quale è prassi corrente pagare tangenti o coltivare relazioni privilegiate non soltanto per aggiudicarsi appalti, ottenere licenze edilizie o realizzare ambiziose operazioni finanziarie, ma anche per superare esami universitari, indurre medici di famiglia a prescrivere farmaci ed esami inutili e primari ad acquistare valvole cardiache difettose, spingere gli arbitri a fischiare a favore di una squadra, persino partecipare al festival canoro nazionale. Sembrerebbe così smentita la contrapposizione fra una società politica corrotta e una società civile sana e onesta, avanzata negli anni di mani pulite ad alimentare illusorie speranze di palingenesi purificatrici dell'azione di governo. Al contrario, il sistema della corruzione [...] ha dimostrato la propria capacità di radicamento nella società civile.
[...] Molte ricerche sul caso italiano segnalano l'anomalia di un paese liberal-democratico industrializzato che presenta livelli di corruzione paragonabili a quelli dei paesi in via di sviluppo, un paese nel quale l'illegalità politico-amministrativa deborda dai suoi livelli fisiologici permeando qualsiasi ambito di azione pubblica, i mercati economici e finanziari, la società civile.
[...] In un paese vi sono alte barriere "morali" alla corruzione quando tali condotte si associano alla violazione di valori diffusi e interiormente assimilati, connessi alla funzione pubblica o imprenditoriale, capaci di suscitare sia un personale senso di colpa, sia la riprovazione degli altri. Questo insieme di valori si traduce infatti in convinzioni interiorizzate e norme sociali, come lo spirito di corpo, il "senso dello Stato" degli agenti pubblici o il "senso civico" dei cittadini, che li inducono ad attribuire un disvalore alle attività illegali in quanto tali. Il costo morale della corruzione tende così a crescere in presenza di sistemi di valori che sostengano il rispetto della legge e dei principi dello Stato di diritto. Se i criteri di riconoscimento morale della cerchia sociale cui l'individuo appartiene sono analoghi a quelli che sostengono l'autorità pubblica, l'eventuale uscita da queste cerchie, conseguente al coinvolgimento nella corruzione, risulterà molto costosa. Al contrario, si può prevedere che la corruzione sia favorita dall'ingresso nel sistema politico di nuovi attori, con un ridotto capitale iniziale di risorse (in termini monetari, di capacità intellettuali, di prestigio) e un debole riconoscimento sociale dei criteri morali positivi dell'osservanza della legge.
[...] il costo [della corruzione ...] viene pagato dalla collettività e dagli stessi imprenditori, che si scoprono non soltanto impoveriti, ma anche costretti a vivere e lavorare in un ambiente nel quale non esistono diritti garantiti da un potere pubblico trasparente ed imparziale, ma solo merci scambiate in un mercato opaco, dai confini incerti e nebulosi, fondato su contatti personali: il mercato della corruzione.
Merci di scambio diventano infatti le decisioni dell'autorità, il tempo di risposta degli apparati pubblici, la carriera nelle burocrazie e nelle imprese su cui i corrotti esercitano la loro influenza, la stessa protezione dei diritti individuali. Un sistema di questo tipo conduce alla sistematica restrizione dei meccanismi concorrenziali fondati sul merito e distorce le informazioni su cui i cittadini basano le loro scelte nei mercati economici e nel sistema politico, portandoli ad investire nell'acquisizione di conoscenze e abilità che li avvantaggino nelle "relazioni personali" con gli amministratori pubblici. Non è una sorpresa allora che tra i paesi industrializzati l'Italia occupi le posizioni di coda tanto nelle classifiche sulla competitività del sistema economico quanto in quelle sulla diffusione della corruzione.
(Tratto da "Mani impunite" di D. della Porta e A. Vannucci - Editori Laterza - 2007)
[...] L'abbassarsi dell'attenzione verso il tema della corruzione non sembra peraltro giustificato dalla fine dell'emergenza. [...] Le statistiche ufficiali, che pure mostrano soltanto la parte emersa del fenomeno, attestano che nel 2004 il numero delle persona denunciate per reati di corruzione equivale a circa il triplo rispetto alla media pre-1992, il numero di reati a oltre il doppio. Secondo un sondaggio curato dall'organizzazione non governativa Transparency International (2005), il livello di corruzione negli ultimi tre anni per il 50% degli intervistati è cresciuto, mentre per il 38% è rimasto invariato.
Queste aspettative pessimistiche trovano piena conferma nell'indice di percezione della diffusione della corruzione, elaborato sulla base di sondaggi presso operatori economici, imprenditori, giornalisti, esperti. Dal 1995, quando è stato predisposto per la prima volta, l'Italia si colloca stabilmente e con ampio distacco al primo posto fra i principali paesi occidentali. [...] In una classifica che vede i paesi scandinavi ai primi posti per l'assenza di corruzione, l'Italia precipita dal 35° posto del 2003 al 45° posto del 2006.
L'Italia costituisce dunque un caso anomalo nel panorama delle grandi democrazie occidentali, con un tasso di percezione della corruzione superiore a quello di Malaysia, Giordania, Bahrein, Estonia, Taiwan, Botswana. Nel quadro dell'Unione Europea solo l'allargamento a 27 paesi fa sì che diversi fra i nuovi entrati - tra cui Romania, Polonia, Bulgaria, Slovacchia, Lettonia e Repubblica Ceca - tolgano all'Italia il primato di paese più corrotto.
[...] Da tempo in Italia il problema della corruzione non è più all'ordine del giorno. La spinta propulsiva delle inchieste giudiziarie, dopo gli anni ruggenti di mani pulite, si è progressivamente esaurita, lasciando dietro di sé un'eredità contraddittoria. Da un lato vi sono l'accresciuta sfiducia e la diffidenza generalizzata nei confronti della classe politica e dell'ingerenza dei partiti nella cosa pubblica, dall'altro il sospetto di un utilizzo strumentale e politicamente orientato delle inchieste da parte della magistratura, alimentato da martellanti campagne mediatiche e, in ultima analisi, da un riaffermato - e condiviso con spirito bipartisan - principio del "primato della politica", cioè del potere ricevuto attraverso un'investitura elettorale, sugli altri poteri dello Stato.
[...] le cronache italiane degli ultimi anni continuano a restituire l'immagine di un paese nel quale è prassi corrente pagare tangenti o coltivare relazioni privilegiate non soltanto per aggiudicarsi appalti, ottenere licenze edilizie o realizzare ambiziose operazioni finanziarie, ma anche per superare esami universitari, indurre medici di famiglia a prescrivere farmaci ed esami inutili e primari ad acquistare valvole cardiache difettose, spingere gli arbitri a fischiare a favore di una squadra, persino partecipare al festival canoro nazionale. Sembrerebbe così smentita la contrapposizione fra una società politica corrotta e una società civile sana e onesta, avanzata negli anni di mani pulite ad alimentare illusorie speranze di palingenesi purificatrici dell'azione di governo. Al contrario, il sistema della corruzione [...] ha dimostrato la propria capacità di radicamento nella società civile.
[...] Molte ricerche sul caso italiano segnalano l'anomalia di un paese liberal-democratico industrializzato che presenta livelli di corruzione paragonabili a quelli dei paesi in via di sviluppo, un paese nel quale l'illegalità politico-amministrativa deborda dai suoi livelli fisiologici permeando qualsiasi ambito di azione pubblica, i mercati economici e finanziari, la società civile.
[...] In un paese vi sono alte barriere "morali" alla corruzione quando tali condotte si associano alla violazione di valori diffusi e interiormente assimilati, connessi alla funzione pubblica o imprenditoriale, capaci di suscitare sia un personale senso di colpa, sia la riprovazione degli altri. Questo insieme di valori si traduce infatti in convinzioni interiorizzate e norme sociali, come lo spirito di corpo, il "senso dello Stato" degli agenti pubblici o il "senso civico" dei cittadini, che li inducono ad attribuire un disvalore alle attività illegali in quanto tali. Il costo morale della corruzione tende così a crescere in presenza di sistemi di valori che sostengano il rispetto della legge e dei principi dello Stato di diritto. Se i criteri di riconoscimento morale della cerchia sociale cui l'individuo appartiene sono analoghi a quelli che sostengono l'autorità pubblica, l'eventuale uscita da queste cerchie, conseguente al coinvolgimento nella corruzione, risulterà molto costosa. Al contrario, si può prevedere che la corruzione sia favorita dall'ingresso nel sistema politico di nuovi attori, con un ridotto capitale iniziale di risorse (in termini monetari, di capacità intellettuali, di prestigio) e un debole riconoscimento sociale dei criteri morali positivi dell'osservanza della legge.
[...] il costo [della corruzione ...] viene pagato dalla collettività e dagli stessi imprenditori, che si scoprono non soltanto impoveriti, ma anche costretti a vivere e lavorare in un ambiente nel quale non esistono diritti garantiti da un potere pubblico trasparente ed imparziale, ma solo merci scambiate in un mercato opaco, dai confini incerti e nebulosi, fondato su contatti personali: il mercato della corruzione.
Merci di scambio diventano infatti le decisioni dell'autorità, il tempo di risposta degli apparati pubblici, la carriera nelle burocrazie e nelle imprese su cui i corrotti esercitano la loro influenza, la stessa protezione dei diritti individuali. Un sistema di questo tipo conduce alla sistematica restrizione dei meccanismi concorrenziali fondati sul merito e distorce le informazioni su cui i cittadini basano le loro scelte nei mercati economici e nel sistema politico, portandoli ad investire nell'acquisizione di conoscenze e abilità che li avvantaggino nelle "relazioni personali" con gli amministratori pubblici. Non è una sorpresa allora che tra i paesi industrializzati l'Italia occupi le posizioni di coda tanto nelle classifiche sulla competitività del sistema economico quanto in quelle sulla diffusione della corruzione.
(Tratto da "Mani impunite" di D. della Porta e A. Vannucci - Editori Laterza - 2007)
1 commento:
Da diversi anni ho idea che non esiste una “contrapposizione fra una società politica corrotta e una società civile sana e onesta” e che “il sistema della corruzione ha dimostrato la propria capacità di radicamento nella società civile” ma era un’opinione politicamente scorretta che mi veniva energicamente contestata anche da amici e conoscenti al di sopra di ogni sospetto.
Oggi la mia impressione trova autorevole conferma in questa pubblicazione di due docenti universitari, ben documentata e inoppugnabile sotto il profilo scientifico per l’autorevolezza e la ricchezza delle fonti facilmente verificabili.
E’ uno di quei casi in cui avere ragione non fa proprio piacere.
Si conferma l’assunto già espresso in un mio precedente post: non potremo illuderci di riformare nulla se non cominciamo a riformare noi stessi.
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